Il confino: come isolare chi non va bene

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L’isola di Favignana è stata prigione per secoli, non solo con i due castelli (e poi con il penitenziario), ma anche come luogo di confino. Il confino di polizia, o domicilio coatto o colonia penale o, successivamente, soggiorno obbligato, è stato fin dall’epoca Borbonica uno strumento per isolare i delinquenti e in generale gli individui ritenuti pericolosi per la società.

Alcuni studi riportano dati impressionanti per numero: nel 1877 c’erano, per esempio, oltre 500 confinati, la maggior parte ridotti in povertà come straccioni, a girovagare per il paese.

Nel 1911, durante la guerra italo turca e poi durante la Prima Guerra mondiale, vennero deportati a Favignana 292 albanesi e 1.757 libici che furono poi utilizzati come riscatto per liberare i prigionieri italiani.

Col fascismo, grazie ad un decreto del 1926, il domicilio coatto fu molto utilizzato, soprattutto per allontanare e mettere a tacere gli antifascisti conclamati. I confinati venivano divisi in confinati politici e delinquenti comuni, tra i confinati politici venivamo messi anche gli omosessuali, bastava essere segnalati come tali alle forze dell’ordine e si veniva spediti su un’isola.

Il confino era una sorta di estensione del concetto di carcere al resto dell’isola, tutta l’isola diventava casa di reclusione. Ne hanno sofferto in primo luogo i coatti, ma anche gli abitanti dell’isola, per il degrado dovuto alla moltitudine di poveri presenti, di delinquenti e gente che, in generale, viveva di stenti.

Chi veniva mandato al confino doveva sottostare a delle regole ferree, che, se trasgrediva, comportavano una pena carceraria: in particolare i confinati avevano il coprifuoco, non potevano frequentare i locali pubblici, non potevano fare riunioni, né uscire dal paese.

Dormivano in cameroni, dove venivano rinchiusi a chiave la sera e dove dovevano restare sino all’indomani mattina, naturalmente erano locali fatiscenti e male attrezzati, con un buco nel pavimento per bagno.

Talvolta venivano usati come forza lavoro, nei campi o all’interno dello stabilimento della tonnara, ma non c’era mai lavoro per tutti e la maggior parte era lasciata a sé stessa.

Dopo la Seconda Guerra mondiale il soggiorno obbligato continuò con numeri molto modesti, negli anni settanta arrivarono, infatti, solo 2 individui, poi – per fortuna – questa pratica è finita.

 

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